Così è il #CalcioFemminile (e non rompete il ca….lcio)

Il calcio femminile sta vivendo il suo momento più importante e la cosa ci riguarda molto da vicino, in quanto è il momento clou di un biennio di forte crescita cominciato con l’arrivo delle società della maschile (Juventus in primis e a seguire Milan, Roma, Empoli, Inter, Chievo e Hellas Verona, Atalanta e Sassuolo) e giunto al punto più alto con le imprese della nazionale italiana di Milena Bertolini, che ieri sera ha chiuso da prima nel girone e che può vedere con più fiducia qualcosa che non sia soltanto il semplice ottavo di finale.

Il fatto di essere rappresentati da una nazionale tutta talento, cuore, grinta e attributi dovrebbe unire ancora di più e renderci orgogliosi di quanto stanno compiendo le nostre azzurre, ma non tutti siamo fedeli alla maglia e amanti delle eguaglianze tra sessi, soprattutto quando di mezzo c’è il calcio.

Il problema che esiste da noi in Italia, molto più che in altri Paesi, è il seguente: le donne non possono e non devono giocare a calcio. E non devono dirigere partite, fare le guardalinee, ambire a posti in dirigenza e tanto altro.

È una cosa incomprensibile per chi come me ha una visione aperta della vita, delle sue dinamiche, dello sport. E la questione calcio femminile in Italia andrebbe raccontata in un libro intitolabile “Bentornati nel MedioEvo“, dove toccherebbe trovare le motivazioni ai commenti negativi e denigratori da parte della fetta di torta appartenente agli haters e composta al 98% da maschi.

Ma quali sono questi commenti negativi? Facile fare un elenco:

  • le donne devono stare in cucina
  • ste lesbiche hanno rotto i coglioni (Tavecchio non è il solo, a quanto pare)
  • il calcio femminile ha rotto i coglioni
  • spero che veniate eliminate perché non se ne può più di voi
  • il calcio femminile non è calcio
  • livello peggiore di quello della terza categoria
  • siete scarse perché perdete contro i quindicenni
  • sul web si insultano i calciatori, e se volete sfuggire agli insulti dovete cambiare mondo (la stronzata pubblicata 24 ore fa, ndr)

e tanto tanto altro.

Ma cosa c’è alla base di tutto quello che viene scritto di negativo verso il movimento femminile?

La risposta è presto trovata: una religione come il calcio non ammette blasfemie, e il calcio femminile, che rispetto al maschile ha meno velocità e ritmi di gioco più bassi, è una bestemmia a questa religione.

E qui si arriva al primo grande errore da parte di chi lancia merda addosso al calcio femminile: il paragone con la controparte maschile.

Farlo è la cosa più facile per denigrare il movimento, farlo è facile perché fa sentire superiori, farlo è facile perché farlo……ci fa essere più teste di cazzo.

Non si può raffrontare i due sottomondi (il mondo del calcio è uno ed è per tutti!) perché diversi per questioni fisiche ed anatomiche si assiste ad un enorme differenziale in termini di corsa, rapidità e resistenza, anche se l’utente medio al posto delle calciatrici vorrebbe la staffetta 4×100 della Giamaica. Una cosa senza senso.

Ed il calcio a 11 è lo sport che più subisce di più questo differenziale dovuto alla grandezza del campo da gioco e del minutaggio, cosa che a mio avviso potrebbe essere rivista riducendo i minuti di gioco, la dimensione delle porte e del campo da gioco, ma è una mia opinione.

Ma le questioni di velocità, resistenza e, mettiamolo dentro, la forza delle conclusioni a rete non sono una questione che riguarda solo il calcio a 11. Avete mai visto la WNBA? Penso proprio di no. E raffrontarlo alla più famosa NBA è la scelta più errata, perché a quel punto andrebbe affossata pure la WNBA che è lontana anni luce dal mondo di Lebron James & Co., ma negli States questo problema nemmeno se lo pongono.

Tornando all’amato calcio, chi parla a vanvera non conosce nulla del calcio femminile, della sua storia presa a calci nel culo nel corso dei decenni (leggete il libro “Campionesse” di Michele Uva), della storia delle atlete che sono costrette a lottare per la parità di trattamento, per la possibilità di vedersi riconosciuti i contributi e la maternità, e per tanto altro che almeno da noi in Italia volontariamente non vuole essere riconosciuto (problema annoso che tocca il mondo degli sport dilettantistici).

Dilettantismo, questo è il problema. Le atlete non sono professioniste e gran parte di loro deve lavorare e/o studiare prima di allenarsi e per potersi allenare, dato che il solo “riconoscimento” è un rimborso spese che può essere pagato anche soltanto a fine stagione.

Una storia su tutte è quella di Laura Giuliani, che per anni ha fatto la panettiera svegliandosi alle 3 del mattino ed allenandosi la sera. Arrivare stanche la sera e rendere meno del 50%, come si fa?

Non poter mettere le atlete nelle condizioni di poter fare le atlete significa una cosa: impossibilità di lavorare sulla parte atletica, fisica e tecnica nella maniera migliore possibile, con risultato finale che si può capire al volo e per cui non serve scomodare alcunché.

Il movimento femminile cresce in termini numerici e di rilevanza mediatica, ma ha tanto da lavorare per poter alzare l’asticella. E per farlo devono essere messi tutti i puntini sulle i, tutto deve funzionare bene. Tradotto: devono poter fare le atlete nelle migliori condizioni possibili.

Il calcio femminile è calcio, è sport, è passione, è sudore e passione, è la genuinità persa e distrutta dal mondo maschile.

Ma ciò che si è anche perso è il giudizio educato, ponderato e sensato da parte di quella grossa fetta di utenza che lascia partire le dita senza mai ragionare, che ha il coraggio di scrivere ma non di dire le cose in faccia alle atlete (lo fece un signore, ucciso dallo sguardo di una amica calciatrice in dolce attesa), che non guarda oltre il suo naso quando, un giorno, potrebbero avere una figlia o una nipote  calciatrice che potrebbe chiedergli spiegazioni sul perché parla male del calcio femminile.

Il calcio femminile può e deve ancora crescere, ma ancor di più il cervello di chi non conosce educazione.

 

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