Afghanistan, una nazionale a pezzi

Era il 2010 quando l’Afghanistan riusciva a costituire una nazionale di calcio femminile, nonostante l’opposizione degli afgani più conservatori che presi dalla loro mentalità medievale, vieterebbero a prescindere la pratica dello sport alle donne.

Siamo a fine marzo 2019 e la nazionale femminile afgana è ridotta a brandelli, come The Jerusalem Post ha voluto intitolare nell’articolo uscito soltanto qualche ora fa, dando aggiornamenti sulle denunce di abusi sessuali da parte di alcune calciatrici afgane e che vede implicati alcuni funzionari della Federcalcio afgana, che insieme al presidente federale Keramuddin Kedam sono stati sospesi dalla FIFA.

La Federazione si difende definendo “infondate” le accuse a carico del suo Presidente e dei suoi funzionari, la FIFA sta conducendo una propria indagine dopo aver sospeso Kedam per tre mesi e Mohammad Sadeq Farahi, capo del dipartimento investigazioni sulla criminalità per l’Ufficio del Procuratore generale, ha dichiarato che vuole inviare investigatori in Francia, Danimarca, Svizzera, Germania e Grecia per intervistare giocatori che vivono all’estero.

L’avvio dell’inchiesta ha provocato una perdita enorme per la Federazione afgana, che ha perso la sponsorizzazione tecnica del brand tecnico Hummel e ben 850 mila dollari quale contributo del gruppo Alokozay, presente a Kabul nella vendita di tè, tessuti e bibite.

Ma soprattutto ha creato un impatto emotivo non indifferente nelle giocatrici della nazionale, che si vergognano della loro nazionalità fino a rinnegarla, e nelle loro famiglie che preferiscono non vederle giocare a calcio.

 

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