tokyo-2020

Non aspettiamo Tokyo 2020

Adesso possiamo proprio dirlo: le Olimpiadi di Rio 2016 sono terminate, con il bello e il cattivo tempo che ogni giornata ha regalato.
Abbiamo vissuto tante emozioni, gioito per le medaglie ed incazzatici per errori arbitrali, dei nostri atleti e per i casi di dopati ammessi ai Giochi, giusto perché gustarci la rassegna con latte e biscotti ad orari proibitivi durante la notte non ci poteva bastare.
Switch-off su Rio de Janeiro ed un vuoto dentro, nonostante le emozioni, perché quella magia che gli atleti vivono in prima persona e che gli spettatori gustano da casa si è affievolita, trovando la strada di casa, del letto su cui riposarsi per altri lunghi 4 anni.

L’Olimpiade è la rivincita dei cosiddetti sport minori, di quelle discipline di cui i media si scordano spesso di parlare, per cui un trafiletto nella prima pagina di un quotidiano sembra quasi una cosa obbligata, per tenerci buoni un attimino, anche se buoni – in fin dei conti – non lo siamo affatto.
Il calcio azzurro non è arrivato a Rio, i colpi partiti dall’arco, da una carabina, i tocchi di spada, di sciabola o di fioretto, invece, hanno centrato il bersaglio. E sulla scia di essi ho il desiderio di quotidianità sportiva italica, di bambini e ragazzi che sognano di correre su una pista di atletica come Bolt, di tuffarsi nel blu dipinto di blu come Bruni, Detti e Paltrinieri, di trovare una tavola da 3 metri sognando di essere una nuova Cagnotto.
Senza scordare che sotto rete, sporchi di sudore o di sabbia, i sogni d’argento non sono un’utopia, e se sul punto di dormire ogni mamma al suo bambino dice “sogni d’oro”, verso Tokyo 2020 ed oltre si può sognare in grande.

Chi se ne frega del calcio, che farà gioire tanto ma che ogni quattro anni non mostra il tricolore come sfondo dei cinque cerchi, lasciando che a trovare i colpi sotto l’incrocio i giocatori che scendono in vasca, con la loro calottina azzurra, ad insegnare che seppur immersi nell’acqua, solo volendo e lottando si può ambire ad un traguardo quasi impensabile, ma ottenuto coi denti, con la forza, coi muscoli, gli stessi che durante lotta servono per un ippon d’oro, gli stessi che servono per rialzarsi su una bicicletta quando la pista comincia a farsi lunga, per poi accorciarsi man mano che il traguardo finale si avvicina.

A noi amanti dello sport, di miliardari senza onore e senza gloria ce ne importa men di zero. A noi, che di sport ne mangiamo senza esser sazi, piacerebbe che ogni Olimpiade sia così e che ogni santo giorno che ci separa da quella successiva parli di questi sport, meno mediatici ma più medagliati, sia un giorno in cui parlare e raccontare di chi si allena duramente, mangiando merda e bevendo sudore, per raggiungere quel sogno senza la necessità di avere i riflettori addosso, chiedendo quel minimo di importanza che non dev’essere elemosinato ai media.
E ai genitori chiedo personalmente di non sognare di avere in casa nuovi talenti del calcio per arricchirsi del loro avvenire, ma di far sognare i loro figli anche con un costume addosso od una spada in mano, perché un pallone può sempre rotolare, ma un’Olimpiade – se la perdi – rischi solo di poterla sognare.

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