Expo Milano 2015, un anno dopo

Esattamente alle 9 del mattino di un anno fa cominciava la mia avventura lavorativa ad Expo 2015, per quella che avrebbe dovuto essere l’esperienza che avrebbe cambiato la vita lavorativa di un lavoratore. Macché. Fu l’inizio di alcuni giorni di caos che in un Paese normale e progredito non si sarebbero verificati.
Nulla a che vedere coi figli di papà pagati dalla politica per mettere sotto assedio la città di Milano all’apertura del centro espositivo: quelli sono personaggi pagati per creare più caos possibile e distrarre l’attenzione mediatica da altre porcate andate in onda prima e durante i primi giorni di Expo.

Passai il 1 maggio agli ingressi del Centro Accrediti del mezzanino di Rho-Expo, a gestire a dovere e con grande pazienza una situazione che vedeva Accrediti Stampa mancanti (e giornalisti incazzati neri! – RAI se lo ricorda ancora), segnaletiche ancora assenti e altre poco chiare, personale Infopoint impreparato per colpa di chi avrebbe dovuto formarli, creando una situazione in cui loro e persino il personale di Trenord mi mandava gente a domandare anche le cose più strane e impensabili (una su tutti, l’indiano che mi domanda una mia eventuale vendita di orologi). Un caos a cui dovetti far l’abitudine in fretta.
Altro che festa dei lavoratori, avrebbe dovuto essere la festa della mia idilliaca pazienza.

Il mio Expo 2015 vero e proprio cominciò il giorno dopo. Steward Media Center? Macché. Uffici Direzionali, posto in cui segnai il territorio come un cane, senza mollarlo più. Alla faccia del mal di gambe, della noia, della solitudine. E chi se ne frega! Ho barattato minuti di sbadiglio coi fanculo che avrei tirato da persona senza peli sulla lingua, vista l’incapacità di quelle persone dell’agenzia che avevo a capo (tra incapacità ed esibizionismo erano proprio messe bene!).
Meno vaffa, meno rotture, sbadigli in più, qualche ubriaco del padiglione Olanda in mezzo ai maroni, biciclette parcheggiate all’Expo Center come se fosse un bike sharing, auto elettriche poste davanti, e i visitatori che cominciano a domandare di un probabile servizio a noleggio. Il tutto si aggiunse alle seguenti domande a me poste: “E’ l’uscita della metro?”, “Si va ai treni?”, “E’ il cesso?” oppure la più gettonata: “E’ il Padiglione Zero?”. Sì, perché la struttura esterna superiore dell’Expo Center era identica a quella del padiglione più noto, concezione errata e scellerata.

Maggio e giugno fu così, salutai tutti e tornai all’esposizione universale a settembre e ottobre in ruoli di mascotte ed animazione. Avessi potuto tornare indietro, sarebbe stata la scelta anche per i primi mesi di Expo, considerando quanto avrei potuto tirar su in termini di denaro. E mi sarei certamente divertito di più.
Tra i punti negativi di Expo inserisco la seguente (a titolo personale): non è stata la manifestazione che avrebbe potuto cambiare la vita in meglio ad un lavoratore. Anzi, da questo punto di vista è stato inutile e posso dirlo ad un anno di distanza.
Per abitudine, trovo la luce nelle chiazze di petrolio: è stata un’esperienza in cui ho conosciuto persone provenienti da ogni angolo del pianeta, da spagnoli a tedeschi, da francesi a malesi, da ragazzi coreani all’esterno del padiglione a quelli ungheresi (la ragazza del padiglione l’era un bel pataccone 😀 ).
Ad un anno di distanza non rimpiango l’esperienza in Expo, ma la scelta del tipo di lavoro con cui presentarmi lì.

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